
ROMA – Con lo stallo nella formazione del nuovo governo e l’avvicinarsi dell’elezione del presidente della Repubblica, crescono le tensioni interne al Pd, ma il segretario Pierluigi Bersani esclude la possibilità di una scissione del partito. “Non abbiamo rischi di questo genere”, dice il leader democratico incontrando i giornalisti alla Camera dove ha incontrato per circa un’ora Roberto Maroni e una delegazione della Lega in vista proprio della scelta del candidato per il Quirinale.
Stando alle indiscrezioni anche il Carroccio, dopo Silvio Berlusconi, avrebbe aperto all’ipotesi che Bersani possa salire al Quirinale come successore di Giorgio Napolitano. Non si sarebbe trattato di una proposta esplicita, ma nel delineare l’identikit del candidato non si è escluso che la figura del leader Pd possa essere adeguata. Il segretario democratico ha però colto in modo assai tiepido l’idea, con in mente ancora il suo progetto di governo del cambiamento. “Gli unici colli cui penso sono quelli Piacentini…”, ha detto con distacco ai suoi.
“Noi siamo pronti a trattare insieme al Pdl sulla formazione del futuro governo mentre sul capo dello Stato la Lega agisce in autonomia”, ha detto il capogruppo del Carroccio al Senato Massimo Bitonci al termine del faccia faccia. “Il segretario Maroni ha chiesto a Bersani di fare subito un governo forte perché la situazione economica è così grave che non si può più aspettare, noi siamo pronti a fare anche adesso un governo”, ha aggiunto.
Subito dopo la Lega Bersani ha incontrato anche Luciano Violante, responsabile istituzioni del Pd e tra i saggi incaricati da Napolitano di mettere a punto un’agenda sulle riforme istituzionali per il governo.
L’ipotesi di Bersani al Colle, per quanto declinata dal diretto interessato, pare non spiacere però ad alcune aree del Pd, che ricordano come il ruolo del Presidente sia cruciale per i prossimi sette anni. La scelta avrebbe poi ripercussioni sugli assetti interni, già molto precari. Tanto che, come detto, a sollevare la paura di una scissione era stato in particolare Dario Franceschini, denunciando ieri il ritorno all’interno del Pd di “rigurgiti identitari”. L’ex capogruppo a Montecitrio si è detto infatti molto colpito dagli attacchi partiti all’indomani dell’intervista nella quale sosteneva la necessità di dialogo con Silvio Berlusconi.
Un allarme, quello di Franceschini, al quale Matteo Orfini, responsabile Cultura del partito, dà una chiave di lettura “tattica”. “La questione della scissione – sostiene Orfini parlando ad Agorà, su Raitre, – sta emergendo nel dibattito anche perché ci sono leader logorati che, evocandola, cercano di mantenere rendite di posizione figlie del passato”.
Ad agitare le acque nel Pd sono ancora le polemiche per l’esclusione di Matteo Renzi dai grandi elettori della Toscana per il nuovo capo dello Stato e l’affondo di Rosi Bindi contro Bersani. “Quando leggo che dovremmo fare un governo che vive grazie al fatto che un po’ di senatori del Pdl escono dall’aula e che magari poi arriva qualche voto ‘grillino’, mi viene da dire che stiamo dando a Berlusconi le chiavi del nostro cosiddetto ‘governo del cambiamento'”, ha spiegato la presidente del partito. Dunque, aggiunge, “nessun baratto” sull’elezione del presidente della Repubblica ma “questo deve valere anche per noi: nessuno scambio improprio, nemmeno per ottenere il ‘si parta’ per il cosiddetto governo di minoranza”.