
ROMA – Con 379 voti a favore, 212 voti contrari e due astensioni l’aula della Camera ha votato la rinnovata fiducia al governo Letta posta dal presidente del Consiglio sulla mozione presentata dalla nuova maggioranza Pd-Ncd-Sc-Udc-per l’Italia-Cd a sostegno delle comunicazioni da lui rese al Parlamento. Il confronto si sposta ora al Senato. A Montecitorio a favore della fiducia si sono espressi i deputati della nuova maggioranza presenti. Contrari invece Fi, M5S, Lega, Sel e Fdi.
Il voto della Camera ha dunque formalizzato il passaggio di Forza Italia fra le file dell’opposizione.
Il confronto parlamentare sul governo odierno consacra agli atti anche un’altra novità. E’ il primo confronto parlamentare da vent’anni sulla fiducia politica a un governo a cui Silvio Berlusconi non partecipa da parlamentare di maggioranza o di opposizione.
Per ragioni diverse, inoltre, non sono più parlamentari nè il leader del partito principale della maggioranza Matteo Renzi (incompatibilità con la carica di sindaco di Firenze che il neo segretario del Pd ricopre), nè i leader delle tre principali forze di opposizione: Beppe Grillo (il leader M5S non è eleggibile per Statuto Cinque Stella a causa dei suoi trascorsi giudiziari), Silvio Berlusconi (il leader di Fi è stato dichiarato decaduto dal Senato a fine novembre per la condanna definitiva per frode fiscale), Matteo Salvini (il neo eletto segretario della Lega non è stato candidato alle ultime elezioni politiche).
«Sono qui a chiedere la fiducia per un nuovo inizio», aveva detto il premier in mattinata nel rivolgersi alla Camera, promettendo quella «svolta» chiesta a gran voce dagli stessi partiti della nuova maggioranza. Un intervento lungo e dettagliato, in cui il presidente del Consiglio ha elencato un gran numero di misure che devono essere varate nel 2014 per «evitare di rigettare il Paese nel caos, proprio quando sta rialzandosi».
Un’agenda in cui non mancano alcuni provvedimenti – come l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, anche per decreto entro fine anno, e un sito unico per la trasparenza di tutta la Pubblica Amministrazione – che vanno incontro alle richieste di Matteo Renzi. Sul fronte politico – oltre alla durissima risposta a Beppe Grillo, accusato dal premier di incitare alla violenza – un passaggio appare particolarmente rilevante: quello in cui il premier precisa che il patto di coalizione (ribattezzato «impegno 2014») da siglare a gennaio con i partiti della «nuova maggioranza», non potrà rimettere in discussione il voto di fiducia odierno. Un modo per blindare il governo che conferma come Letta continui a nutrire qualche timore sulla reale volontà di Renzi di cercare le urne l’anno prossimo.
Le prime parole, nei cinquanta minuti di intervento, sono per il leader di M5S: «Le istituzioni esigono sempre rispetto», non «parole illegittime che avallano la violenza» e «incitano all’insubordinazione delle forze dell’ordine», tuona il premier fra gli applausi dell’emiciclo, con l’ovvia eccezione del movimento di Grillo. Parole che provocano la dura risposta di Riccardo Nuti che accusa il premier di avere la «faccia di bronzo». Nel chiedere una fiducia che «segni discontinuità» con le larghe intese, il capo del governo parla di «nuova maggioranza politica, meno larga ma più coesa». Rivendica quanto fatto nei primi sette mesi, nonostante i continui aut aut e le minacce arrivate da alcuni partner della coalizione. Chiede al Parlamento «18 mesi» per «avere istituzioni che funzionino e una democrazia più forte», ricordando le riforme ineludibili: dall’abolizione delle province, all’archiviazione del bicameralismo perfetto; dalla riforma del titolo V, alla riduzione del numero dei parlamentari. Il premier non dimentica la riforma della legge elettorale: si deve andare verso un «meccanismo maggioritario» con un legame fra eletti ed elettori, scandisce. Una riforma da fare in «tempi brevi», senza spirito «punitivo» nei confronti di altri partiti ed alla quale devono lavorare «governo, maggioranza e Parlamento». Segno che Letta, pur lasciando alle Camere la priorità sulla materia, non esclude un intervento dell’Esecutivo in caso di impasse.
Le novità principali però riguardano il fronte economico. Ricorda che gli indicatori confermano come finalmente, nel trimestre in corso, ci sarà il segno più davanti al Pil. Ma anche che l’Italia deve continuare a ridurre l’enorme debito pubblico, non perché lo chiede l’Europa, ma perché ogni anno l’Italia «butta» 90 miliardi di interessi, affossando qualsiasi tentativo di finanziare politiche per la crescita. Promette una riforma degli ammortizzatori sociali che metta al centro il lavoratore e non più il posto di lavoro e conferma che le risorse recuperate con la revisione della spesa e con le misure per il ritorno dei capitali dall’estero saranno raccolte in un fondo per l’abbattimento del costo del lavoro (anche questo un punto condiviso con Renzi). Letta svela poi quelle «sorprese» promesse alla vigilia della fiducia: venerdì prossimo il Cdm varerà il piano per incentivare gli investimenti esteri (destinazione Italia) che oltre ad un credito di imposta per la ricerca e a fondi per la digitalizzazione delle Pmi, prevederà una riduzione dei costi dell’energia con un alleggerimento delle bollette da 600 milioni. Previsti anche interventi per ridurre il costo delle assicurazioni e, sopratutto, un primo test di coinvolgimento dei lavoratori nell’azionariato di società pubbliche: studieremo con i vertici di alcune aziende e con i sindacati «l’apertura del capitale e la partecipazione dei lavoratori all’azionariato, permettendo loro rappresentanza negli organi societari». Si comincerà con Poste e se l’esperienza dovesse funzionare potrà essere allargate ad altre realtà. Promette che «istruzione e ricerca» avranno priorità e, rispondendo ai dubbi di Renzi, conferma di ritenere essenziali le privatizzazioni per abbattere il debito e per consentire al capitale privato di contribuire alla ripresa.