
ROMA – E’ la giornata del silenzio e della preghiera. Papa Francesco procede lentamente, da solo, attraversando il famoso arco con la scritta: “Il lavoro rende liberi”. Percorre un po’ di strada a bordo di una vettura elettrica, poi – seduto su una panchina tra gli alberi – prega muto nella piazza dell’Appello, luogo dell’impiccagione dei prigionieri, dove san Massimiliano Kolbe ha offerto la sua vita per un altro prigioniero, un gesto di amore nel luogo della barbarie e della disumanità. Mani giunte, a tratti anche con il capo chino e gli occhi chiusi, Francesco ha pregato da solo in silenzio per diversi minuti.
Bergoglio, terzo Pontefice a varcare le porte di Auschwitz e Birkenau, i campi di concentramento dove vennero sterminati più di un milione di ebrei, ha scelto di non pronunciare discorsi. Perché il silenzio è la più alta forma di rispetto per le vittime. Quello che aveva da dire sull’immane tragedia della Shoah, Francesco lo aveva detto allo Yad Vashem, a Gerusalemme, e nel dialogo con l’amico rabbino Abraham Skorka: “La Shoah è un genocidio come gli altri genocidi del XX secolo, ma ha una particolarità. Non intendo dire che è di primaria importanza mentre gli altri sono di secondaria importanza, ma c’è una particolarità, una costruzione idolatrica contro il popolo ebreo”.
“La razza pura e l’essere superiore sono gli idoli sulla cui base si costituì il nazismo. Non è solo un problema geopolitico, ma esiste anche una questione religiosa e culturale. E ogni ebreo che veniva ucciso era uno schiaffo al Dio vivo in nome degli idoli”.