
TERAMO – Tutto a porte chiuse. Niente telecamere e macchine fotografiche all’interno dell’aula della Corte d’Assise e d’Appello dell’Aquila il prossimo 25 settembre per la prima udienza del processo a carico di Salvatore Parolisi, già condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio della moglie Carmela Melania Rea, avvenuto nell’aprile del 2011 al boschetto di Ripe di Civitella. Lo ha deciso il presidente della Corte d’Assise d’Appello Luigi Catelli, rigettando la richiesta che era partita dallo stesso ex caporalmaggiore dell’esercito in una lettera accorata scritta di proprio pugno, nella quale, oltre ad affermare con forza la propria innocenza aveva sottolineato l’importanza di un’udienza pubblica – per pemettere alla gente – aveva scritto – di vedere come va il processo e capire tante cose.
Intanto i suoi avvocati, Biscotti e Nicodemo, pronti a dare battaglia a cominciare da una serie di istanze tra queste l’analisi di alcune tracce di sangue, convinti come sono che l’assassino della giovane madre di Somma Vesuviana non sia suo marito, ma pronti soprattutto a smontare le motivazioni del giudice del Tribunale di Teramo Marina Tommolini, che nell’infliggere la pesante condanna in primo grado all’ergastolo aveva parlato di personalità succube e frustrata, ovvero l’esatto contrario di quanto, invece, ricostruito dal pool di periti dell’accusa che avevano descritto Parolisi come una persona bugiarda, infedele e sfrontata. Su questa contraddizione di fondo si baserà gran parte della tesi difensiva, al contrario di quanto intende fare la pubblica accusa e con essa l’avvocato di parte civile della famiglia Rea, Mauro Gionni impegnato in questi giorni nella stesura di un dettagliato memoriale- al di là di quanto scritto dalla Tommolini nella motivazione alla sentenza di ergastolo – precisa Gionni – per noi resta il dato inconfutabile della colpevolezza di Parolisi.