
ROMA – Tutte le attività sono sospese. La decisione della Cassazione sul caso Mediaset sbarca in Parlamento con il Pdl che chiede il blocco dei lavori. Una forte irritazione, a dirla con diplomazia, di cui si fa portavoce fin dalla mattina il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta. Sulle prime pare che si vogliano chiedere tre giorni interi di stop dell’attività. Poi lo stesso Brunetta precisa: macché tre giorni, solo due e niente minaccia di Aventino. Semmai «una sospensione dei lavori delle Camere oggi e domani, quando è convocata la direzione del Pdl. Nel fine settimana saremo sui territori e lunedì di nuovo in Aula». Insomma, i tempo per riflettere.
Gli fa eco dal Senato Renato Schifani: «Da parte nostra non c’è alcuna volontà di bloccare il Parlamento. Abbiamo chiesto la sospensione del lavori per fare in modo che i nostri gruppi discutano sulla delicatissima e drammatica situazione che sta vivendo il Paese». Una linea più morbida rispetto a quella che sembrava prevalere sulle prime, e che diviene ancora più morbida alla fine delle riunioni dei capigruppo dei due rami del Parlamento. Guglielmo Epifani avverte che le vicende di oggi rendono «ancora una volta esplicito il problema di fondo di questi mesi: la vicenda giudiziaria di Silvio Berlusconi e il rapporto d azione di governo e di Parlamento. Questo nodo deve essere sciolto solo tenendo distinte le due sfere, perché se no, a furia di tirare, la corda – ammonisce il segretario Pd – si può spezzare, con una scelta di irresponsabilità verso la condizione del paese e la sua crisi drammatica». «La richiesta di sospendere i lavori del Parlamento per tre giorni – sostiene Epifani dopo aver incontrato i presidenti dei gruppi parlamentari del Pd della Camera e del Senato – a seguito delle decisioni della Corte di Cassazione, costituisce un atto irresponsabile e inaccettabile, che finisce per legare campi che vanno rigorosamente tenuti distinti, quello giudiziario e quello parlamentare. Il Pd non si è prestato ne si presterà mai ad una logica di questo segno».
Un giorno di pausa, quindi, poi ripresa delle normali attività. Un compromesso che accontenta il Pd, molto meno i grillini (anche la Lega, ai sui massimi livelli, si era detta contraria alle richieste dei berlusconiani). Mentre il leader eponimo del Movimento Cinque Stelle sale al Quirinale per dire a Giorgio Napolitano che è il caso di tornare alle urne, i suoi al Senato si tolgono la giacca per protesta contro quello che vedono come un cedimento ai capricci del Cavaliere. E alla Camera lasciano «questo posto fetido» (definizione di Roberta Lombardi) per mettersi seduti, in piena canicola, sui roventi sampietrini di piazza Montecitorio. «È una prassi consolidata che prevede la possibilità di un gruppo di chiedere una sospensione, perché di questo si tratta, per consentire di discutere di vicende delicate che anche se sono extraparlamentari assumono una delicatezza che attiene alla vita di un partito che ha preso parecchi milioni di voti», commenta ecumenico Schifani. Ma uscito dal colloquio al Quirinale, Beppe Grillo tuona: «Se il Parlamento è così, se non fa nulla allora noi ne usciremo».
La Corte di Cassazione, intanto, ha replicato con una nota di chiarimento.«La Corte di Cassazione deve determinare l’udienza di trattazione di ogni ricorso prima della maturazione del termine di prescrizione dei reati, pena la responsabilità anche di natura disciplinare». Lo sottolinea, in una nota ufficiale, la Corte di Cassazione, spiegando di aver «sempre adempiuto a tale dovere». Nella nota si fa riferimento alla fissazione dell’udienza, per il 30 luglio, del processo Mediaset, che, come notano i giudici, «ha suscitato le reazioni dei difensori di Silvio Berlusconi e di alcuni esponenti politici».